Lavagna: varia

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Leggere la poesia
Alcuni consigli, qualche considerazione, cinque esempi

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Leggere poesie è una attività frequentissima nella nostra scuola.
Per molte buone ragioni la poesia viene assunta come esempio massimo dell'espressività letteraria; peraltro la sua concisione, la concentrazione in pochi versi di forza evocativa e di capacità comunicativa la rendono palestra efficace e insostituibile per l'analisi testuale.
Sarà capitato a tutti di sentirsi trascinati, assorti, ammaliati dal ritmo, dal suono, dalle immagini di una poesia letta in classe.
E a tutti sarà capitato di leggerla, ad alta voce, per citarla, per commentarla, magari solo per assaporarla un'altra volta.

"Come la dobbiamo leggere, allora?" ci si può chiedere. Accentuando il ritmo, a costo di cantilenare come in una filastrocca infantile? Ignorando il verso, appresso al contenuto, al senso sintattico-grammaticale? Enfatizzando pause e sonorità? Oppure con modestia e ritrosia, rinunciando ad interpretare?
È ovvio che la lettura scolastica di una poesia, operazione strumentale alla comprensione e all'analisi, non ha (non può avere) alcuna pretesa artistica: è opera di dilettanti che si rivolgono a comprensivi compagni di classe e insegnanti.

Ma con tutto ciò, credo proprio che non possa diventare una pratica banale, sciatta, insapore: renderebbe banale, sciatto, insapore il testo che ci si accinge ad esaminare; la grande poesia, come dovrebbe essere quella su cui si decide di articolare una lezione, non merita un simile trattamento.

Per proporre qualche elemento di riflessione, suggerirò l'ascolto di cinque brani: cinque eccezionali attori che leggono una delle più famose opere della letteratura italiana: L'infinito di Leopardi.

Ma prima di passare al confronto con i grandi e al paragone tra di loro, mi permetto un ricordo, forse utile.

Era il 1974 e, diciottenne, frequentavo la Terza Liceo (sezione A), del Liceo Visconti, dove oggi lavoro come insegnante. La mia professoressa di Italiano invitò un attore e regista, Alessandro Fersen, a tenere una lezione con gli allievi del suo corso di recitazione (Metodo Stanislavskij).
Lessero alcune poesie, tra le quali una meravigliosa La casa dei doganieri di Montale, quella dove «sostò irrequieto» «lo sciame dei pensieri». Fu un'esperienza intensa ed emozionante, da cui appresi a "sentire" la poesia come si sente la musica. Dovetti però prima superare qualche disagio: l'enfasi eccessiva con cui la professoressa si rivolgeva a Fersen, chiamandolo "Maestro", come in qualche dozzinale film degli anni Sessanta, il gesto esagerato ed eccessivo degli allievi, che battevano il tempo dei versi pestando e calpestando. Ma questi erano i dati accidentali: la sostanza era scoprire con quanta attenzione al dettaglio, con quanto rigore si possa leggere e rileggere una poesia sette, dieci, venti volte fino ad arrivare ai ritmi giusti, alle pause necessarie, alle sospensioni che il testo richiede.

Nella pagina successiva troverete le letture dell'Infinito a cui si accennava. icona_html

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