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Revisionismi neoborbonici - Prima parte

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Gigi Di Fiore, I vinti del Risorgimento. Storia e Storie di chi combatté per i Borbone di Napoli, Torino, UTET, 2011, pp. 362, € 20,00 ISBN 9788802084114

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Da quando Giampaolo Pansa, nel 2003, ha pubblicato il romanzo Il sangue dei vinti, si moltiplicano le opere in diversa misura “revisioniste” nei confronti del giudizio che la storiografia ha dato di alcuni capisaldi dell’identità nazionale italiana.
Così come Pansa ha tentato di “rivedere” il giudizio storiografico sulla Resistenza, altrettanto è negli obiettivi di Di Fiore per il Risorgimento. Il parallelo è indotto esplicitamente dalla parola “vinti”, presente nel titolo del saggio di Di Fiore come nei due romanzi di Pansa (Il citato Sangue dei vinti  e il successivo I vinti non dimenticano). Il sottotitolo del saggio che sto recensendo afferma che tali vinti sono i combattenti per i Borbone di Napoli. In effetti il sottotitolo è fuorviante: l’argomento della ricerca, ben documentata e ricca di informazioni, è (più limitatamente) il comportamento delle forze armate regolari borboniche a partire dal 6 settembre 1860 (data dell’abbandono di Napoli da parte del re Francesco II di Borbone) e fino alla resa dell’ultima piazzaforte filoborbonica,  Civitella del Tronto, il 20 marzo del 1861. Appena accennate come antefatto sono le vicende dallo sbarco a Marsala alla “fuga” da Napoli.
Ma torniamo alle scelte lessicali del titolo. È per assonanza (anche ideale?) con Pansa che Di Fiore sceglie il termine “vinti”? A leggere l’introduzione sembrerebbe di no. Certo anche lui scrive di una “Storia nascosta”; certo non manca di proporre un parallelo con la Resistenza (“uno dei due miti fondanti della nostra Repubblica”); certo ricorda il rozzo e concorde coro fascista che ironizzava sull’imbelle esercito di Franceschiello. Ma accenna anche alle critiche di Gramsci al mito del Risorgimento e riconosce che dopo la Liberazione studi più equilibrati sono fioriti. Rimangono però due dubbi: perché non usare il termine “sconfitti”? Mostrerebbe meglio che c’è stata una dialettica militare, politica, diplomatica tra Stati e movimenti rivoluzionari e che in essa si sono avuti dei soccombenti (i quali poi, magari, si sono gattopardescamente legati ai vincitori). Vinti, invece, rimanda a un destino ineluttabile e crudele, ad una condanna senza colpa, come nel “ciclo dei vinti” di Verga. E certamente, anche Di Fiore lo riconosce, il Regno delle Due Sicilie senza colpa non si può definire.

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