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Giuseppe Ungaretti, San Martino del Carso

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Il Porto sepolto, 1917

Il Porto sepolto, 1923

 L'Allegria, 1931

Vita d'un uomo, 1969

SAN MARTINO DEL CARSO



Di queste case
non c’è rimasto
che qualche
brandello di muro
esposto all’aria

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
nei cimiteri

Ma nel cuore
nessuna croce manca

Innalzata
di sentinella
a che?

Sono morti
cuore malato

Perché io guardi al mio cuore
come a uno straziato paese

qualche volta

 

 

 

SAN MARTINO
DEL CARSO


Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore

il paese più straziato

SAN MARTINO DEL CARSO
Valloncello dell’Albero
Isolato il 27 agosto 1916

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore

il paese più straziato

Il confronto tra le varianti testuali pubblicate di questa famosissima poesia di Ungaretti rende bene la realtà del lavorìo ininterrotto a cui il poeta, per oltre cinquant'anni, ha sottoposto la propria opera.

Nella raccolta del 1923 la poesia non viene pubblicata.

In seguito (nella successiva raccolta del 1931) viene ripristinata, ma è drasticamente cambiata: da venti versi è ora "asciugata" a dodici, e le strofe sono ridotte da sette a cinque. Ma ancor più drammatica è la ridefinizione espressiva: scompaiono versi "descrittivi" o di commento ("esposto all’aria", "nei cimiteri") ma soprattutto la sequenza di più articolata meditazione, scandita da domande retoriche e spunti di autocommiserazione (Innalzata / di sentinella / a che? / Sono morti / cuore malato // Perché io guardi al mio cuore / come a uno straziato paese// qualche volta), si trasforma in due strofe monostiche che riutilizzano il materiale lessicale della parte soppressa, come in un'opera di collage o di ready-made (È il mio cuore / il paese più straziato). Il risultato è una concentrata sintesi in cui è lasciato spazio al lettore, che integri e completi il portato semantico del testo, non più guidato e "costretto" dal commento ungarettiano.

L'ultima edizione, infine, (quella del 1969) interviene soltanto per uniformare l'intestazione a quella delle altre poesie provenienti originariamente da Il Porto sepolto del 1917: si introduce perciò la (fittizia) determinazione spazio-temporale, la (pretesa) data di composizione: un richiamo alla Grande Guerra terminata ormai da oltre cinquant'anni

Per approfondire: Giuseppe De Robertis, Apparato critico e note introduttive a G. Ungaretti, Poesie disperse, Milano Mondadori 1945


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